Estate. Scrivere è un atto di fede.

Sono in montagna e sto scrivendo.
Sapete, in questi giorni ripensavo a un anno fa: mi ero trasferita da pochi giorni e già stavo mettendo insieme il materiale, appunti e faldoni e dispense, per scapparmene dalla città, dalla nuova casa, e venire qui e iniziare a lavorare all'editing del mio romanzo.
Lavoro bene qui, forse perché la montagna è un panorama che il mio cervello riconosce fin da quando ero bambina, lo collega a momenti piacevoli e quindi mi rasserena. Poi c'é silenzio, e diciamolo... Non si soffoca per il caldo quanto in città.

Anche se, lo confesso, quest'anno è dura. Fa caldissimo anche qui. Di giorno la temperatura sfiora i trenta gradi e, credetemi, non è affatto una temperatura normale, per queste zone. Quando si inizia a respirare, la sera, e intorno alle undici si gira su gradevoli venticinque gradi, finisce che devo chiudere porte e finestre perché si riempie casa di moschini, insettini, effimere e zanzare! Zanzare! Perfino qui, dove sembrava una volta l'unico rifugio ai predatori succhiasangue della pianura padana... Ma, del resto, quest'anno per la prima volta ho sentito anche le cicale di giorno, i grilli la notte.

Insomma, tutto sommato questo gran caldo giustifica la mia assenza di gite e passeggiate e vita vacanziera. Non sono ancora in vacanza, anzi. Sto lavorando a pieno ritmo, e sto cercando di sfruttare al massimo questo momento di idilliaco interregno in cui a casa pare se la cavino benissimo anche senza di me. In parole povere: ho abbandonato figli, marito e cani e mi sono richiusa nel mio appartamento-studio con un unico intento... Lavorare. Produrre. Portare avanti il più possibile il mio progetto, prima che ripartano la scuola, le presentazioni, l'autunno e tutti gli impegni che porta con sé. Quindi, fondamentalmente, la mia visione quotidiana non ha molto a che fare con paesaggi prealpini, torrenti, prati e boschi, ma è questa:

Laura Moreni scrivere

Che sarebbe poi più o meno la stessa visione che avrei se lavorassi da casa, certo, ma quei sette-otto gradi in più giornalieri, mediamente, avrebbero ormai fritto le mie cervella, e mi resterebbe ben poco su cui lavorare.

Sto scrivendo, dicevo, e anche se scrivere per me è un'attività naturale, che sorge senza sforzo, quando focalizzo le energie con il chiaro intento di produrre contenuti, di seguire un tema, un filo logico, di creare qualcosa di coerente ed efficace, ecco, allora la scrittura diventa complicata. Diventa complicata perché devo imbrigliarla in una serie di regole che mi sono data a priori, dopo un lungo impegno per stabilire con chiarezza qual è il racconto a cui voglio dar vita, su quale perno deve girare, dove non deve andare; sono regole che definiscono "lo spazio" del mio lavoro ma anche la sostanza, e che sono poco malleabili perché è proprio all'interno del rettangolo ideale progettato che tutte le mie storie devono trovare la loro forma e la loro voce.
Diciamo che metto dei pali lungo un perimetro, e poi li unisco con tanti giri di filo spinato: il racconto non deve uscire da lì, altrimenti poi ci si fa male.

Non ho mai sofferto della "sindrome della pagina bianca", ad esempio. Casomai mi capita il contrario... Mentre racconto qualcosa si fanno strada altre idee, altre micro-storie, altri eventi collaterali, e io lascio che escano, li scrivo, li leggo e li rileggo, e spesso poi mi piacciono. Eppure devo tornare a ricontrollare il mio rettangolo, e spesso, ahimè, anche se non ne sono affatto felice, devo rendermi conto che ho oltrepassato i pali, e il filo spinato, e se pur certe scene sono splendide - almeno ai miei occhi! - mi portano fuori strada. Così, zac! Taglio e torno indietro, e ritorno alla focalizzazione originaria. È doloroso, credete. E frustrante, perché a volte significa aver sprecato intere giornate. O, meglio: aver fatto molto allenamento, ma senza correre per la gara.

D'altra parte, scrivere è un atto di fede. 
Io non sono quella delle scalette preimpostate e dalle quali non ci si può allontanare. Seguo la mia traccia, decido cosa voglio raccontare, quale voglio sia il punto A e quale il punto Z, ma nel mezzo lascio fare un po' al mio "misterioso". A quella parte di me, cioè, che salta fuori a sorpresa, mentre racconto, e che si esprime attraverso la voce, i gesti e i caratteri dei personaggi; oppure a quell'evento imprevisto che inserisco nella narrazione, a cui mai avrei pensato a priori, ma che è nato dalla frenesia del momento, dalla totale immedesimazione nella storia, che mi rende estranea a me stessa. È lì, ritengo, che si avvera il miracolo della scrittura: quando qualcosa di non previsto, di non cercato, di non approfondito, arriva ex abrupto e capisci poi, a mente fredda, che è perfetto ed è perfetto lì dov'è.
Si tratta di momenti, di passaggi, di scene. Di microscopici colpi di genio che nemmeno l'autore sa da dove sono arrivati, se non dal consentire alla propria (in)coscienza di fluire liberamente. Lì, in quei brevi istanti di assenza di controllo, dove ciò che parla è solo la scrittura, la scrittura in quanto attività e pura espressione, è proprio della scrittura che l'autore dovrebbe fidarsi: non della tecnica, non dello stile, non del viaggio dell'eroe, non della struttura, non delle scelte temporali o logistiche o linguistiche. 

La scrittura è un atto di fede, e un autore, per essere tale, deve avere fede.

Tutto il resto, dall'esperienza alla tecnica alle scelte stilistiche, sono un infiocchettare necessario, ma successivo. L'osso, la polpa, arriva direttamente da un posto lì dentro, seppellito ben benino nel fondo di noi stessi. E chissà qual è la formula magica che ci consente di schiuderlo, di guardarci dentro.
Forse però la Signora delle magie ce l'ha detto... Che sia alohomora?

Io non lo so, e non faccio in tempo a chiedermelo.
So che l'attività in questo momento è fervente, richiede la mia massima concentrazione e quasi tutto il mio tempo. È la fase creativa e per me funziona così, in toto. Ma è anche, tutto sommato, la parte più veloce, quella più soffocante ma che, nell'economia dell'intero lavoro, dura meno. È quella fase in cui devo mettere una sveglia per ricordarmi di mangiare, di fare delle pause, per non crollare alla sera con la testa sul pc. È quella in cui non interagisco volentieri, anche se adoro prendermi lunghissimi momenti e godermi il silenzio sul terrazzino, assorbendo il più possibile i colori della montagna. E il cielo benedica il mio terrazzino, da cui posso riempirmi di un panorama rasserenante come questo:

Laura Moreni montagna (a)

Laura Moreni montagna (b)

Ma è anche il momento in cui mi disintossico dalla tv, dai social, da tutte le quotidianità che ci rubano attenzione. È quel periodo in cui, se sento gli uccelli fuori di casa impegnati in un lungo concertare, capisco che sono le tre/quattro di mattina, e forse è meglio andare a letto.
È la fase in cui ogni giorno mi sveglio più stanca, con più dolori, con la vista annebbiata e gli occhi piccoli e schiacciati, e so che basterebbe un soffio per farmi mandare tutto all'aria. 
Ma è un periodo breve, me lo ripeto spesso. Un periodo di passaggio, necessario. Qualcosa che mi farà assaporare con gusto ancor maggiore le mie ferie, il tempo ritrovato con gli amici e la famiglia.

Quindi, come avrete capito sono attaccata alla realtà con un filo di ragnatela, sottile e invisibile. Per cui mi porto avanti, e con un mese (circa) di anticipo rispetto al solito, i saluti estivi li scrivo qui. Non so se scriverò altri post, prima del rientro settembrino, a meno di notizie eclatanti che non possono aspettare!
Ma voi sapete che se avete bisogno di me potete contattarmi in ogni momento: 

via mail: parole.prezzemolo@gmail.com 
sul mio profilo Instagram: lauramoreni1975
sulla pagina Facebook: Laura Moreni Parole e Prezzemolo

Lo so, ho scritto che sono lontana dai social... Non è del tutto vero, su, li sto solo trascurando un po'! Ma consulto sempre i messaggi e le mail e quindi, se volete comunicare con me, scrivetemi in totale libertà!

Buone vacanze amici!
L.

p.s. L'avete già scelta la lettura da ombrellone? Se posso, e se già non l'avete letto, vi consiglio Siamo come le lumache. Sì, lo so che l'ho scritto io, e allora? Lasciatemelo dire, con estrema umiltà: è un bel libro e si legge volentieri. E poi, se dovessi consigliare altre letture, come farei a scegliere? Vi sommergerei con elenchi infiniti. Datemi retta: Siamo come le lumache. Lo trovate in libreria - anche su ordinazione - , sulle piattaforme online, sul sito dell'editore (con spese di spedizione gratuite): bertonieditore.com

E poi fatemi sapere se vi è piaciuto!





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